A spasso con papà

Oggi io e il mio papà ci siamo presi un po’ di tempo e siamo usciti insieme per andare a fare delle cose da maschi.

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Ci siamo preparati e siamo usciti. Abbiamo camminato per qualche minuto e poi ci siamo fermati a vedere quella strana macchina gialla che fa i buchi per terra. C’erano dei signori vestiti di arancio che parlavano e un signore seduto dentro questa macchina grande grande che muoveva delle leve. Quando ha schiacciato un bottone, si è accesa una luce gialla sul tetto e la macchina ha cominciato a fare un rumore strano, che sembrava voler dire stateattenti!

C’era proprio da stare attenti, infatti: si è infatti alzata verso l’alto una cosa grande grande che sembrava un po’ una mano e un po’ la proboscide del mio elefante. Questa cosa serviva per metterci dentro la terra. Il signore sulla macchina ha fatto scendere quella cosa, che si è riempita tutta tutta di terra, che poi ha buttato di lato: da una parte un buco, dall’altra la montagna. Il signore è andato avanti tante volte, e il buco diventava sempre più profondo e la montagna sempre più alta.

Io e papà siamo rimasti a guardare per un po’, poi abbiamo visto che non succedeva niente di nuovo e abbiamo iniziato ad annoiarci. Quando poi ci siamo accorti che ci eravamo dimenticati il ciuccio, abbiamo proprio capito che il tempo delle cose da maschi era finito ed era ora di tornare a casa dalla mamma.

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Rotolare

A me piace molto rotolare. E rotolo da tutte le parti. Ora che finalmente ho capito per bene come si fa, non mi ferma più nessuno.

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Sono diventato velocissimo. Basta un attimo e mi giro. Se ti distrai un secondo puoi stare sicuro che non mi troverai dove mi hai lasciato. Se sono a pancia in su, basta che alzo le gambe, le sposto di lato e faccio lo stesso con le braccia: eccomi a pancia in giù. Da lì è un più difficile, perché bisogna utilizzare il peso del testone per girare. È stato complicato ma ho imparato. Ma la cosa più bella è che se rotoli tante volte sempre nella stessa direzione, puoi farne proprio tanta di strada. Se approfitti del momento giusto, magari riesci anche a cadere dal letto. Io ancora non ce l’ho fatta, ma ci sono davvero andato vicino: mamma mi ha salvato che ero già arrivato sul bordo, con le gambe a penzoloni.

Una cosa divertentissima è rotolare quando ti stanno cambiando: senza l’impiccio del pannolino ci si gira che è una meraviglia. Certo, magari scappa una goccia di pipì…

No

La mamma mi sta insegnando una parola, che non si dice solo con la voce, ma che si fa anche con il dito. Con la voce è facile, sono solo due lettere: enne e o. Con il dito invece si deve prendere quello che sta vicino al pollice e lo si deve muovere da una parte all’altra, mettendolo bene vicino alla faccia della persona con cui si sta parlando.

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È una parola che alla mia mamma piace molto. Me la dice tante volte al giorno: quando mi ciuccio il pollice, quando mi metto in bocca il bavaglino mentre sto mangiando, quando mi rotolo sul letto mentre mi cambia il pannolino, quando faccio degli schizzi troppo grandi mentre sono nel bagnetto. Ho capito che no bisogna dirlo con la voce e farlo con il dito, ma non so bene che faccia bisogna fare: la mia mamma a volte è seria seria, a volte le viene da ridere. Io, nel dubbio, quando lei mi dice no, le faccio un bel sorriso grande grande che si vedono i miei due denti.

Comunque mamma, non ti preoccupare: appena imparo a parlare, no te lo dico sempre anche io!

Maddalena

L’altro giorno sono andato con la mia mamma in ludoteca, che è un posto con tanti giochi e tanti bambini con cui giocare.
Siamo usciti presto, io ho fatto un sonnellino di qualche minuto nel passeggino e alle nove eravamo già lì. Siamo arrivati per primi, subito dopo è entrata Maddalena.

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Mi sa che Maddalena è una femmina, perché aveva uno di quegli strani vestiti in cui non si possono infilare dentro le gambe, come si fa con i pantaloni. Qualche volta se li mette anche la mamma, mentre il papà non l’ho mai visto con una di quelle cose. È per quello che ho pensato che Maddalena è una femmina.

Mi sa che sono un po’ strane, queste femmine. Ecco, io non ho tanta esperienza, però mi sembra proprio che siano diverse da noi maschi. E non solo perché si mettono addosso quelle strane cose.

Maddalena è già capace di camminare, quindi può andare dove vuole. Io sono un po’ invidioso, perché deve essere bello andarsene in giro invece che stare sempre seduti per terra. Comunque, la cosa che Maddalena voleva raggiungere era la borsa che la sua mamma aveva posato all’ingresso, vicino alla porta. Ma la sua mamma non voleva che la toccasse. Erano due femmine che volevano due cose diverse: Maddalena voleva prendere una cosa, e la sua mamma non voleva che la prendesse. Oppure erano due donne che volevano la stessa cosa. Una borsa.

Solo le femmine piangono per una borsa.

Al supermercato

Ieri sono andato con la mamma in un posto che si chiama supermercato, dove si cercano e si prendono le cose da mangiare.

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Ci ero già stato altre volte, ma ieri abbiamo fatto una cosa nuova che mi è piaciuta tanto: abbiamo lasciato il mio passeggino a delle signore simpatiche e io mi sono seduto dentro uno strano coso con le ruote in cui la mia mamma metteva le cose che prendevamo dagli scaffali. Ecco, non eravamo proprio vicini vicini, io ero un pochino più in alto, però stavamo tutti nello stesso passeggino per le cose da mangiare che spingeva la mamma.

Era bello stare lì in alto perché finalmente riuscivo a vedere bene le persone, che non si dovevano abbassare per parlare con me. Certo, tutte quelle nonnine che mi mettevano le mani sulle guance erano un po’ noiose, però appena si accorgevano che erano tutte appiccicose perché avevo appena fatto merenda me le toglievano subito. E comunque ricevere tutti quei complimenti era piacevole: machebelbambino, complimentisignora, cheocchigrandi. Non che nel passeggino normale non me li facciano, i complimenti, ma in quel passeggino speciale mi sono sentito bellissimo.

A proposito, mamma, non ce lo possiamo portare a casa?

Luci, colori e suoni

Alla mia mamma piacciono tanto, luci, colori e suoni. E ha un gioco bellissimo che ne è pieno.
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Lo puoi prendere con una mano sola e metterci sopra le dita dell’altra per far venire fuori tutte le luci: prima infatti è tutto nero, ma basta toccarlo perché appaiano i colori. E a volte ci sono pure i personaggi che si muovono e le musiche, che la mia mamma mi canta. Ogni tanto preferirei che se ne stesse un po’ zitta e mi lasciasse ascoltare per benino, ma le dico niente per non farla rimanere male.

Ma la cosa più buffa che si può fare con questo gioco è metterselo vicino all’orecchio e parlarci dentro: se poi si ascolta bene si sente che vengono fuori delle voci. A me sembra che lì dentro ci sia anche il papà che parla e mi chiama, ma mi sa che mi sbaglio: non è possibile che stia dentro una cosa così piccola.

Io però non capisco una cosa, mamma: se questo gioco è così bello che tu ci vuoi sempre giocare, perché non ci giochiamo un po’ insieme, che anche a me piace tanto? Perché lo vuoi usare da sola, e a me dai la trottola con le palline che girano?

Era così difficile capire come mi piace?

Insomma, mamma, era così difficile capire come mi piace la pappa? Mi hai fatto versare talmente tante lacrime che ci avrei potuto riempire un lago. Eppure a un certo punto le cose sembravano andare bene, ma poi niente, hai ricominciato a sbagliare.
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E non mi dire che io non ti ho mai lanciato segnali. Ho sempre pianto, fortissimo. Ho anche sputacchiato, qualche volta. La bocca no, quella non l’ho mai chiusa, magari poi ci rimanervi troppo male.

E tu hai fatto tutti quei tentativi inutili: aggiungi la cipolla togli la zucchina, metti le erbette elimina la zucca, forse non vuole quel bavaglino magari ha sete, non è che è scomodo secondo me non vuole stare nel seggiolone, gli fa male la pancia deve fare il ruttino, prendilo in braccio eddai prova a consolarlo, forse è troppo calda mi sa che è diventata fredda, il cucchiaino non va bene ha fatto la cacca, imboccalo più velocemente per me si è ingolfato. Gli manca la tetta.

Ma quale tetta, che non esce più nulla da mesi da lì!

Una colla fredda, così mi piace la pappa. Mettici pure dentro quello che vuoi, ma poi lasciala lì un po’. E diventa buonissima.

Il papà va a scuola

Ieri sera il mio papà è andato a scuola, ad un corso speciale per i papà. Lo so perché ne parlava con mamma stamattina quando loro facevano colazione. A me colazione piace farla presto, intorno alle 6.30, quindi ero tranquillo e potevo ascoltare la conversazione.

In ogni caso, ieri è andato a questa scuola speciale. C’erano altri papà che dovevano imparare bene il loro mestiere. Si sono presentati, si sono seduti per terra e hanno cominciato a parlare. Perché non deve mica essere facile fare il papà, eh. Tutti parlano delle mamme, ma non bisogna dimenticarsi che ci sono anche loro.

Loro, poverini, che devono imparare tante cose: a trovare il proprio spazio all’interno di quel binomio stretto stretto che si crea fra una mamma e il suo bambino, a capire come gestire il proprio tempo e le proprie energie per essere bravi a casa e bravi in ufficio, a portare pazienza con tutti quegli ormoni ballerini.

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Perché, se ci si pensa bene, io sono stato per nove mesi nella pancia della mamma, sono diventato grande e la sua pancia è diventata grande, le ho dato i calci per farla abituare alla mia presenza. Mentre il mio papà mi ha visto quando mi hanno fatto uscire, non mi ha mai sentito prima.

Dite che al corso gli faranno anche un po’ capire che cosa vuol dire avere la pancia?

La mamma di Sofia

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La mamma di Sofia è una giovane donna con tanti capelli scuri, legati in una coda. Il viso riempito da un sorriso grande grande e luminoso, due begli occhi castani.
Una maglietta colorata, una grande borsa a tracolla piena di cose, come sempre sono quelle delle mamme. Sai che dentro ci puoi trovare di tutto, dal cellulare al lucidalabbra, dalle chiavi di casa ai pennarelli colorati.
Quando ha visto Sofia nel corridoio le ha detto vieniamoredellamamma; si vede che erano state lontane qualche minuto. Quando l’ha raggiunta le ha dato un bel bacione sulla fronte, dopo averle spostato di lato i capelli. Poi le ha preso la mano e insieme sono andate a recuperare le giacche, che avevano lasciate appoggiate su una sedia.

Noi eravamo già in ascensore, e ci siamo messi fra le porte per evitare che si chiudessero: stavamo aspettando che arrivassero anche loro per scendere insieme. Eh sì, perché quell’ascensore è lento, se poi lo perdi devi aspettare prima che torni di nuovo su al nono piano. E noi lo avevamo capito, che Sofia e la sua mamma avevano voglia di tornarsene a casa, alle quattro di pomeriggio. Forzacheandiamo, ha detto a Sofia, e si sono infilate anche loro nell’ascensore. Sai, siamo qui da questa mattina, ci hanno detto, ora torniamo a casa, perché Sofia è stanca. Speriamo che questa volta sia servita a qualcosa.

Lo speriamo tanto anche noi, per Sofia e per la sua mamma, che abbiamo incontrato nella sala si attesa di un ospedale.

Sofia ha la sindrome di Rett.

Facciamo la rivoluzione!

Io e il papà abbiamo deciso che dobbiamo fare una rivoluzione. Dobbiamo combattere contro la legge della mamma. Quella lì crede di essere il capo, e ci obbliga a fare sempre come vuole lei.
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Non ci si può ciucciare il dito, bisogna mettere le tazze nel lavandino dopo aver fatto colazione, si deve mangiare tutta la pappa senza piangere, è vietato lasciare le scarpe in mezzo al salotto. Ma che noia!

Ora stiamo elaborando una strategia per cercare di capire come sia meglio fare. All’inizio avevamo pensato di fare semplicemente finta di non sentirla quando ci sgrida: non si lecca il tavolo da pranzo? E io lo faccio lo stesso! Si deve abbassare il volume della televisione? Io lo lascio così! Poi però abbiamo pensato che non è una buona idea, perché quella è testarda. Tanto testarda che se non fai una cosa continua a ripeterti di farla fino a quando non la fai.

Poi abbiamo pensato che forse potremmo fare noi le regole: la regola principale è che non ci sono regole! Senza regole però vuole dire che ognuno fa come vuole, e quindi anche la mamma può fare quello che vuole. E magari quello che vuole la mamma può essere non fare la lavatrice, e non avere vestiti puliti non è per nulla bello. Oppure non cucinare, e come si fa a restare con la fame?

Mi sa che è meglio che aspetto a fare la rivoluzione: devo imparare a fare la pipì da solo, almeno.