Con il sole in fronte

Sono nato a Milano, a metà di un’estate che è stata meno estate delle altre. Quando sono andato in montagna, ha piovuto; quando sono andato al mare, anche. Ecco, un bel sole splendente io l’ho visto poche volte.
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E per fortuna, perché a me il sole in faccia non piace. Proprio per niente. Per non parlare di quando mi finisce negli occhi, che è una cosa che proprio non sopporto. Tutta quella luce che non mi fa vedere niente. Mi tocca girare la testa, a volte persino chiudere gli occhi. Eppure, per quanto cerchi di scappare, il sole è sempre lì, che mi segue. O almeno, a me sembra così.
Se vado a casa, eccolo lì; se vado verso il parco, ce l’ho di fronte; sulla strada per la piscina, sempre lì.

Non parliamo poi di quando me ne sto tranquillo tranquillo che cerco di fare un pisolino. Ora, già non è facile riuscire a dormire nel passeggino, tra le buche e la mamma che non se ne fa scappare una. Se poi ci si mette pure il sole, ecco, allora diventa proprio difficile.

Ma io dico, questo sole, non ha altro da fare che non seguire me?

Mani in pasta

Quando mi siedo nel mio seggiolone per fare la pappa, la mia mamma mi mette sempre davanti un bel piattino pieno di cose colorate: gialle, verdi, arancioni. E un piccolo cucchiaino argentato. Quello lo usa mamma per darmi da mangiare: nella mano sinistra il cucchiaio, nella destra le mie mani.

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Eh si, perché lei cerca di evitare che io metta le mani in quella bella pappa colorata, che a me piace tanto. Io ci provo sempre: quando lei si alza per prendermi il bicchiere con l’acqua, quando si gira per dare una mescolata alla mia pastina con le verdure, quando si piega per raccogliere qualcosa che è caduto. Ma quella non si distrae mai. Se si deve alzare mette il piatto lontano lontano dove non riesco ad arrivare, altrimenti con un occhio mi guarda sempre.

Allora io provo a mettere la mani direttamente nel cucchiaino, quando è bello pieno di pappa: muovo le braccia veloci per cercare di prenderlo, ma lei lo allontana subito. Ha capito che se mi fa aspettare un po’, io mi rassegno a starmene buono per poter continuare a mangiare. Questo mi sembra molto scorretto, ma non ci posso proprio fare nulla.

E poi, perché i biscotti li posso mangiare con le mani e la pappa no? Chi l’ha deciso, mamma?

Aspettami lì

Sono seduto nel mio passeggino, legato come un pollo, con giacca e cappello, sul pianerottolo di casa. Mamma è in mutande, si deve vestire e deve prendere tutti i pezzi che ci servono per uscire: telefono, portafogli, chiavi di casa, occhiali da sole, ciuccio.
Mi guarda e mi dice arrivosubito. Dove subito vuole dire almeno cinque minuti, ma pazienza.

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Abbiamo appena parcheggiato la macchina, io sono nel seggiolino con le cinture allacciate. Mamma deve scendere dalla macchina, prendere la sua borsa dopo averci rimesso dentro tutte le cose che sono sparse sul sedile, aprire il bagagliaio e tirare fuori passeggino, parasole, coprigambe e mettere insieme tutti i pezzi. Mamma mi guarda e mi dice unattiminoeh.

Sono nel mio seggiolone, seduto vicino al tavolo da pranzo. Davanti a me, quel gioco che si appiccica e che non si può spostare neanche tirando fortissimo e qualcuno dei miei animaletti di plastica colorata. Mamma deve andare a fare pipì, che sono dieci minuti che saltella per tutta la cucina e mi dice unminutoetorno.

Allora mamma, mi spieghi perché mi dici sempre aspettami lì? E dove vuoi che vada, che non mi posso muovere, mannaggia?

Le carezze sulla testa

A me piace addormentarmi da solo nel mio lettino. La mia mamma mi dà un bacetto sulla guancia, mi dice buonanottepiccolotto e mi copre con la copertina con l’orsetto. Se è un po’ distratta, riesco a mettermi in bocca il pollice sinistro, che è il mio preferito, altrimenti mi accontento del ciuccio. Poi spegne la luce e se ne va.
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Anche se faccio finta di niente, so bene che dopo qualche minuto lei torna a controllare che io mi sia addormentato: accende la luce nel corridoio, entra piano piano nella cameretta cercando di non inciampare nei giochi che sono rimasti sul pavimento e guarda se sto dormendo. Qualche volta io tiro su la testa e la guardo facendo un sorriso tanto grande che il ciuccio mi cade di bocca, però di solito faccio finta di dormire.

Appena torna a casa, anche il mio papà viene a vedere come sto: lui di solito mi illumina la faccia con il cellulare, mi sistema un po’ la coperta sulle spalle perché se ho sempre il raffreddore è perché mamma non mi copre e in camera fa troppo freddo. Così dice lui.

Ma il momento più bello è quando mamma va a dormire: con già il pigiama, entra zitta zitta nella cameretta, si avvicina al letto e mi fa tre o quattro carezze sulla testa, piano piano. Se ci arriva, se io non sono finito nell’angoletto in fondo vicino al muro, mi dà anche un bacetto sulla guanciotta.
E allora io so che posso dormire tranquillo.

Mamma e la scopa magica

Oggi mamma ha preso dal ripostiglio la sua scopa magica. No, non è quella con il filo che fa tanto rumore e aspira via tutta la polvere, e nemmeno quella con la paletta. No, questa non ha il filo e nemmeno la paletta.

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È proprio speciale: basta metterci sopra un pezzo di carta e pulisce tutto. Si infila veloce veloce in ogni angolo: sotto il letto di mamma e papà e sotto il mio lettino, dietro le porte, fra una trottola ed un pezzo di lego.

Ma la cosa che mi piace di più è la faccia della mia mamma quando finisce di usare la sua scopa magica: un po’ pensa chebellopulitoora, mentre si guarda intorno con aria felice e soddisfatta, un po’ pensa mammamiacomeerasporco, con lo sguardo di chi si chiede come abbia fatto fino a quel momento.

Certo che queste mamme sono proprio strane: sono contente perché le loro case sono pulite oppure sono tristi perché erano sporche?

A spasso con papà

Oggi io e il mio papà ci siamo presi un po’ di tempo e siamo usciti insieme per andare a fare delle cose da maschi.

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Ci siamo preparati e siamo usciti. Abbiamo camminato per qualche minuto e poi ci siamo fermati a vedere quella strana macchina gialla che fa i buchi per terra. C’erano dei signori vestiti di arancio che parlavano e un signore seduto dentro questa macchina grande grande che muoveva delle leve. Quando ha schiacciato un bottone, si è accesa una luce gialla sul tetto e la macchina ha cominciato a fare un rumore strano, che sembrava voler dire stateattenti!

C’era proprio da stare attenti, infatti: si è infatti alzata verso l’alto una cosa grande grande che sembrava un po’ una mano e un po’ la proboscide del mio elefante. Questa cosa serviva per metterci dentro la terra. Il signore sulla macchina ha fatto scendere quella cosa, che si è riempita tutta tutta di terra, che poi ha buttato di lato: da una parte un buco, dall’altra la montagna. Il signore è andato avanti tante volte, e il buco diventava sempre più profondo e la montagna sempre più alta.

Io e papà siamo rimasti a guardare per un po’, poi abbiamo visto che non succedeva niente di nuovo e abbiamo iniziato ad annoiarci. Quando poi ci siamo accorti che ci eravamo dimenticati il ciuccio, abbiamo proprio capito che il tempo delle cose da maschi era finito ed era ora di tornare a casa dalla mamma.

Rotolare

A me piace molto rotolare. E rotolo da tutte le parti. Ora che finalmente ho capito per bene come si fa, non mi ferma più nessuno.

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Sono diventato velocissimo. Basta un attimo e mi giro. Se ti distrai un secondo puoi stare sicuro che non mi troverai dove mi hai lasciato. Se sono a pancia in su, basta che alzo le gambe, le sposto di lato e faccio lo stesso con le braccia: eccomi a pancia in giù. Da lì è un più difficile, perché bisogna utilizzare il peso del testone per girare. È stato complicato ma ho imparato. Ma la cosa più bella è che se rotoli tante volte sempre nella stessa direzione, puoi farne proprio tanta di strada. Se approfitti del momento giusto, magari riesci anche a cadere dal letto. Io ancora non ce l’ho fatta, ma ci sono davvero andato vicino: mamma mi ha salvato che ero già arrivato sul bordo, con le gambe a penzoloni.

Una cosa divertentissima è rotolare quando ti stanno cambiando: senza l’impiccio del pannolino ci si gira che è una meraviglia. Certo, magari scappa una goccia di pipì…

No

La mamma mi sta insegnando una parola, che non si dice solo con la voce, ma che si fa anche con il dito. Con la voce è facile, sono solo due lettere: enne e o. Con il dito invece si deve prendere quello che sta vicino al pollice e lo si deve muovere da una parte all’altra, mettendolo bene vicino alla faccia della persona con cui si sta parlando.

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È una parola che alla mia mamma piace molto. Me la dice tante volte al giorno: quando mi ciuccio il pollice, quando mi metto in bocca il bavaglino mentre sto mangiando, quando mi rotolo sul letto mentre mi cambia il pannolino, quando faccio degli schizzi troppo grandi mentre sono nel bagnetto. Ho capito che no bisogna dirlo con la voce e farlo con il dito, ma non so bene che faccia bisogna fare: la mia mamma a volte è seria seria, a volte le viene da ridere. Io, nel dubbio, quando lei mi dice no, le faccio un bel sorriso grande grande che si vedono i miei due denti.

Comunque mamma, non ti preoccupare: appena imparo a parlare, no te lo dico sempre anche io!

Maddalena

L’altro giorno sono andato con la mia mamma in ludoteca, che è un posto con tanti giochi e tanti bambini con cui giocare.
Siamo usciti presto, io ho fatto un sonnellino di qualche minuto nel passeggino e alle nove eravamo già lì. Siamo arrivati per primi, subito dopo è entrata Maddalena.

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Mi sa che Maddalena è una femmina, perché aveva uno di quegli strani vestiti in cui non si possono infilare dentro le gambe, come si fa con i pantaloni. Qualche volta se li mette anche la mamma, mentre il papà non l’ho mai visto con una di quelle cose. È per quello che ho pensato che Maddalena è una femmina.

Mi sa che sono un po’ strane, queste femmine. Ecco, io non ho tanta esperienza, però mi sembra proprio che siano diverse da noi maschi. E non solo perché si mettono addosso quelle strane cose.

Maddalena è già capace di camminare, quindi può andare dove vuole. Io sono un po’ invidioso, perché deve essere bello andarsene in giro invece che stare sempre seduti per terra. Comunque, la cosa che Maddalena voleva raggiungere era la borsa che la sua mamma aveva posato all’ingresso, vicino alla porta. Ma la sua mamma non voleva che la toccasse. Erano due femmine che volevano due cose diverse: Maddalena voleva prendere una cosa, e la sua mamma non voleva che la prendesse. Oppure erano due donne che volevano la stessa cosa. Una borsa.

Solo le femmine piangono per una borsa.

Al supermercato

Ieri sono andato con la mamma in un posto che si chiama supermercato, dove si cercano e si prendono le cose da mangiare.

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Ci ero già stato altre volte, ma ieri abbiamo fatto una cosa nuova che mi è piaciuta tanto: abbiamo lasciato il mio passeggino a delle signore simpatiche e io mi sono seduto dentro uno strano coso con le ruote in cui la mia mamma metteva le cose che prendevamo dagli scaffali. Ecco, non eravamo proprio vicini vicini, io ero un pochino più in alto, però stavamo tutti nello stesso passeggino per le cose da mangiare che spingeva la mamma.

Era bello stare lì in alto perché finalmente riuscivo a vedere bene le persone, che non si dovevano abbassare per parlare con me. Certo, tutte quelle nonnine che mi mettevano le mani sulle guance erano un po’ noiose, però appena si accorgevano che erano tutte appiccicose perché avevo appena fatto merenda me le toglievano subito. E comunque ricevere tutti quei complimenti era piacevole: machebelbambino, complimentisignora, cheocchigrandi. Non che nel passeggino normale non me li facciano, i complimenti, ma in quel passeggino speciale mi sono sentito bellissimo.

A proposito, mamma, non ce lo possiamo portare a casa?